Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Introduzione cialtrona e irrispettosa a L’elisir d’amore di Donizetti, al Teatro Verdi di Trieste questa settimana: la fattoria degli animali.

Sabine-Heinefetter

Sabine Heinefetter

Certo, la recensione della prima di venerdì prossimo comparirà su La classica nota, ma intanto forse è il caso di scrivere una specie di Elisir for dummies.
Tra appassionati, ogni tanto si sente dire: Un altro Elisir? Che palle… L’eleganza dell’espressione, che ho usato libenter anch’io e non solo per Elisir è dovuta al fatto che l’opera di Donizetti è tra le più rappresentate, non solo in Italia ma ovunque, e forse la possibilità di vederla spesso ci fa pensare non che sia un lavoro minore, ma che sia facile organizzare un cast decoroso e magari un allestimento intrigante.
E invece no, al contrario è un’opera estremamente impegnativa e sentirla cantata in modo soddisfacente è cosa rara. Qualità e quantità non sempre viaggiano insieme, si sa.
E poi quando parliamo dei cantanti mitici del passato nominiamo, che ne so, i soprani Giulia Grisi, Maria Malibran, i tenori Gianni Nozzari o Gilbert-Louis Duprez, non certo Sabine Heinefetter o Gianbattista Genero, i quali come avrete capito sono stati proprio i “creatori” dei ruoli di Adina e Nemorino.
Ancora di meno si dice del baritono e del basso buffo, Giuseppe Frezzolini.

Giuseppe Frezzolini

Giuseppe Frezzolini

Curioso, da questo punto di vista, leggere che ne pensasse proprio Gaetano Donizetti di questi artisti.
Lo sappiamo da una lettera che scrisse al padre:

“…solo il tenore è discreto, la donna ha bella voce ma ciò che dice lo sa lei [una Joan Sutherland ante litteram? (N.d.Amfortas,strasmile)] il buffo è canino.”

La moglie di Felice Romani, Ernesta Branca, ci informa invece sul baritono Henri-Bernard Dabadie che secondo lei è un basso che val poco mentre sul basso buffo concorda con Donizetti, ma lo paragona a un’altra bestia: aveva voce da capretto.
Più che un’opera sembra la fattoria degli animali ,perché anche gli asini non mancavano, no (strasmile)?
Ecco perché, come sostenevo all’inizio, è difficile assistere a un Elisir soddisfacente: questo melodramma giocoso in due atti necessita di artisti di elevata qualità, quattro prime parti. Per non parlare del direttore e del coro, quest’ultimo impegnatissimo e di fondamentale importanza.
Felice Romani, che tanto aveva già scritto per Rossini e Bellini, s’ispirò per scrivere il libretto all’attualissimo (per quei tempi) lavoro Le Philtre di Eugène Scribe, musicato da Daniel Auber.
Insomma, nonostante la fiducia negli interpreti evidentemente non fosse proprio straordinaria, l’opera debuttò con grande successo il 12 maggio 1832 a Milano, presso il Teatro alla Cannobiana.
Ora, siccome io scartabello tra i sacri testi, vi dico su quali giornali si poterono leggere le critiche positive, ma voi non dovete ridere, promesso?
Ok.
L’opera e la compagnia di canto ottennero ottime recensioni su nientemeno che “La Gazzetta privilegiata di Milano”, il “Corriere delle Dame” e “Il censore universale dei teatri”.
Chissà, magari tra qualche decina d’anni si dirà: Il tenore X e il soprano Y riportarono ottime critiche su “Di tanti pulpiti”, un blog che si occupava di musica lirica. E tutti a ridere, ovvio, ma sapete come si dice, no? Mutatis mutandis…
Nell’Elisir chi ha una collocazione drammaturgica davvero singolare è proprio Nemorino, tanto che si può affermare che a lui si deve la definizione di questo lavoro di Donizetti come opera di mezzo carattere.
Apostrofato nel testo di volta in volta come idiota, mezzo pazzo, buffone, malaccorto, scimunito (un mio gemello, accidenti) e altre delicatezze potrebbe sembrare un tipo buffo, mentre invece ha un lato drammatico molto accentuato al contrario, per esempio, della sua amata Adina, che pare essere una parente piuttosto stretta della Norina del Don Pasquale.
Spesso Nemorino, più che cantare, pensa ad alta voce, come nel caso della sortita Quanto è bella, quanto è cara. Esprime sentimenti semplici, sempre moralmente nobili.

È un sempliciotto non un buffo, tanto che si fa infinocchiare subito dalle stronzate del ciarlatano Dulcamara, che fa il suo ingresso in scena addirittura annunciato dal Coro, che lo sopravvaluta un pochino (Certo, egli è un gran personaggio, un barone, un marchese in viaggio!)
Dulcamara sì che è il classico buffo i cui tratti derivano direttamente dai personaggi rossiniani, e infatti s’esprime assai spesso col sillabato che è il linguaggio buffo per antonomasia.
Dulcamara è, per coloro che amano trovare la modernità nell’opera, il personaggio più attuale, non ci sono dubbi in proposito.
Ha il rimedio giusto per qualsiasi guaio, perché certi disagi sono presenti sempre, oggi come allora, a tutte le latitudini. Vediamo qualche sua prodezza (smile).

Guaritore universale (io spazzo gli spedali)

Calo della libido (un uom, settuagenario e valetudinario, nonno di dieci bamboli ancora diventò)

Chirurgo plastico ante litteram (O voi matrone rigide, ringiovanir bramate?)

Insomma, chi non ha mai conosciuto o almeno visto in televisione il Dulcamara di turno? Vogliamo parlare di politica? Meglio di no, direi.
L’ antagonista di Nemorino è Belcore, altro trombone ma in senso diverso da Dulcamara (che forse non è intelligente, ma certamente è almeno furbo), più rozzo e un po’ sguaiato, che si presenta a sua volta in modo molto sobrio (smile), con una fanfara (Come Paride vezzoso). Infatti è un firmaiolo, un militare.
Quindi proprio con il linguaggio Donizetti differenzia i due caratteri: umile, intimo, raccolto, per Nemorino e invece magniloquente, artificioso, volgarotto Belcore.
Adina, che oltre ad essere una furbetta frivola è anche intelligente e colta (sa leggere e intrattiene i paesani raccontando la storia di Tristano e Isotta) sceglierà Nemorino.
E veniamo infine all’aria più famosa, Una furtiva lagrima, così celebre da identificare l’opera stessa e da essere diventata imprescindibile in ogni concerto tenorile che si rispetti.
La moglie del librettista Romani, quella Ernesta Branca non troppo affidabile che ho già citato poco sopra racconta:

Tutto procedette rapidamente e pienamente d’accordo fra Poeta(Romani) e Maestro (Donizetti), fino alla scena ottava dell’atto secondo; ma qui Donizetti volle introdurre una romanza per tenore, a fine di usufruire una musica da camera, che conservava nel portafogli, della quale era innamorato. Donizetti aveva di sì strane passioncelle; talvolta odiava la propria musica, e talvolta l’adorava. Romani in sulle prime ricusò dicendo: «Credilo, una romanza in quel posto raffredda la situazione! Che c’entra quel semplicione villano, che viene lì a fare una piagnucolata patetica, quando tutto deve essere festività e gaiezza?». Ma tuttavia Donizetti insisté tanto finché ebbe la poesia.

Ammesso che sia andata così, in realtà la collocazione della romanza è fondamentale proprio per definire il carattere di Nemorino di quel patetismo che lo differenzia da tanti altri personaggi coevi.
E basterebbe questa considerazione per bollare come inappropriate moltissime interpretazioni muscolari di questo pezzo, errore nel quale sono incappati anche nomi notissimi.
Inoltre introducendo un’altra aria il tenore pareggia il conto col soprano, che ne ha due.
E poi, sempre ricordando che Nemorino è una parte patetica, intima, si noti come i versi siano brevi e semplici, proprio nello stile del personaggio che si lascia guidare dal cuore e non dalla ragione.
Grazie alla sua quasi infantile innocenza [e, direi io che sono cattivo, anche grazie al fatto che gli muore uno zio che gli lascia una fortuna (smile)], il nostro Nemorino conquista la bella del villaggio.
Beh, non possiamo che essere contenti per lui, accidenti!
A questo punto è indispensabile allegare un ascolto, direi.
La scelta è difficile, ma voglio proporvi un esempio pertinente come stile e quasi impeccabile per tutto il resto.

Signori (ma anche signore, volendo), ecco a voi Tito Schipa.

Un saluto a tutti, alla prossima!

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2 risposte a “Introduzione cialtrona e irrispettosa a L’elisir d’amore di Donizetti, al Teatro Verdi di Trieste questa settimana: la fattoria degli animali.

  1. dragoval 15 dicembre 2015 alle 8:24 pm

    Dolorosamente cosciente di appartenere ai dummies della lirica, pure L’elisir d’amore è una delle poche opere che conosco- e che più amo, dal primo ascolto.
    Grazie dunque per questo post, a nome anche, sono certa di poter dire, delle signore tutte.

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    • Amfortas 16 dicembre 2015 alle 9:36 am

      Dragoval, ciao. Tutti siamo dummies in qualche argomento e io più di altri. Qualche volta mi vergogno persino della mia ignoranza, e non sto scherzando, credimi. E poi le signore mi odiano.
      Ciao e grazie 😉

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