Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria di Un ballo in maschera al Teatro La Fenice di Venezia: la coppia Meli-Gamberoni illumina un ballo un po’ spento.

Mancavo dall’orrida Venezia da parecchio tempo e, francamente, rivederla è stato il solito dispiacere. Gli ossessivi compulsivi come me hanno bisogno di conferme e, in questo senso, Venezia è formidabile in certi schemi precostituiti.
Scendi dal treno e sai che verrai investito dal trolley di un giapponese e mentre cercherai, a fatica perché gli anni passano, di rialzarti, due sceriffi statunitensi ti investiranno con la carrozzella in cui un neonato obeso succhia un leccalecca gigante a forma di Kim Jong-un. Se sopravvivi – qualcuno ce la fa – potrai cadere svenuto sulla via che ti porta alla Fenice, preda dell’incredibile commistione di aromi di zucchero filato, vongole filippine, castagne, pesce fritto, spaghetti al forse ragù e pizza. I terribili buttadentro dei locali attenteranno alla tua vita a ogni passo mentre tu, nel frattempo, cerchi di schivare gli attacchi degli ormai famosi gabbiani assassini le cui dimensioni sono ormai tali che le grandi navi che scorrazzano in laguna sembrano giocattoli. E, come potete vedere dall’immagine, anche gli aeroporti sono ormai invasi dai pennuti giganti (qui ne vediamo uno che si è mimetizzato da aereo e attacca una pattuglia di caccia militari, che scompaiono quasi).
Insomma, tutto nella norma, perciò passiamo alle cose meno serie (strasmile).
Lo sostengo spesso con gli amici e ne sono convinto: per molti versi Un ballo in maschera è un’opera perfetta perché è una specie di paradigma del melodramma più classico secondo l’immaginario collettivo.
La drammaturgia stringente è esaltata da un respiro teatrale ampio e scevro da ogni retorica; tutti i solisti hanno il loro momento di gloria, i duetti sono splendidi, le melodie avvolgenti e calde. Le atmosfere sono cangianti e varie – si pensi alla torbida Ulrica e all’ambiguo Oscar – e la tinta dell’opera è altrettanto mutevole perché trascolora gradualmente e ci porta a sfiorare sentimenti forti che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. Insomma Un ballo in maschera è l’essenza del teatro lirico.
Per il vernissage della stagione – qui riferisco degli esiti della recita del 29 novembre – , il Teatro La Fenice ha perciò fatto una scelta più che opportuna, anche perché l’opera mancava dal teatro dal 1999.
L’allestimento è stato affidato al giovane regista emergente Gianmaria Aliverta, abituato al teatro artigianale e povero di mezzi, ma già protagonista con i suoi lavori in ambienti di prestigio come Firenze e la stessa Venezia.
Qui un’articolata intervista che ha concesso a OperaClick.
Aliverta ha pensato a uno spettacolo che si può definire di tradizione non banale, curato nei costumi (Carlos Tieppo) e nell’impianto luci (Fabio Barettin), mentre le pregevoli scene di Massimo Checchetto hanno completato un allestimento pensato con attenzione come si conveniva a un’occasione così prestigiosa. Piacevoli gli interventi coreografici, a cura di Barbara Pessina.
Le premesse erano perciò piuttosto incoraggianti ma l’allestimento, apprezzabile senz’altro dal lato scenotecnico nonostante qualche cambio di scena piuttosto lungo, è sembrato privo di un’identità precisa e un po’ confuso.
Poco chiaro, infatti, è sembrato il discorso sul razzismo, che pur ci poteva stare, perché mi è parso trattato in modo marginale, quasi con timidezza. Verdi ha sempre prestato molta attenzione alle vicende in cui pubblico e privato si intersecano (Rigoletto, Aida, solo per fare due esempi) perciò dare rilievo allo sfondo sociale e storico dell’opera è coerente e non certo inopportuno. Forse però si poteva osare di più, anche a costo di passare per provocatore. Del resto il teatro deve essere fucina di idee e fonte di domande, non tranquillizzante luogo di sosta della mente.
Qualcosa in più si sarebbe potuto tentare anche con la recitazione dei cantanti i quali, con una certa frequenza, erano schierati – come peraltro il coro – in modo piuttosto inerte al proscenio.
Alcuni momenti sono sembrati piuttosto suggestivi: la scena dell’antro di Ulrica, l’orrido campo, parzialmente il finale.
Qualche ombra si è allungata anche sulla parte musicale della serata.
Kristin Lewis, interprete di Amelia, è sembrata inadeguata sin dalla prima nota e la cosa mi ha un po’ sconcertato. La spiegazione è venuta all’intervallo, quando il nuovo sovrintendente Fortunato Ortombina ne ha annunciato tardivamente la palese indisposizione. Strano che un teatro come La Fenice non abbia pronta o non possa permettersi una cover. Ovviamente del soprano posso dire solo che spero di risentirla presto in condizioni vocali normali e apprezzare l’abnegazione e l’attaccamento alla maglia che le ha consentito di portare a termine la recita.
Francesco Meli mi è sembrato in forma smagliante e credo che a oggi Riccardo sia il personaggio che indossi meglio dal punto di vista vocale. La voce è bellissima e ampia da sempre, si espande – soprattutto nei centri e nei primi acuti – in modo notevole. Dopo l’inizio cauto (La rivedrà nell’estasi è una trappola, mi diceva Carreras) Meli è stato protagonista di una prova che non esito a definire splendida. Certo, si vorrebbe che un artista così dotato fosse anche un po’ meno ingessato sul palco, ma in questo caso si sorvola volentieri e ci si limita ad ascoltare.
Serena Gamberoni è ormai l’Oscar di riferimento dei nostri tempi e ieri se ne è avuta conferma. Voce ormai più che rifinita nonostante la giovane età, artista a tutto tondo, bella ed agile sul palco, il soprano ha timbro piacevole e linea di canto omogenea oltre che un’intonazione adamantina e acuti che girano splendidamente, tali da svettare nei densi concertati verdiani. Una prova da incorniciare.
Vladimir Stoyanov si conferma cantante di sicuro rendimento, seppure la voce sembra essersi un po’ impoverita negli armonici e qualche volta suona secca. Il volume è però sempre ragguardevole e allo stesso modo il baritono è sembrato incisivo e convincente nel fraseggio in una parte molto acuta e vocalmente onerosa. Buona la sua prova anche nelle due difficili arie, Eri tu nel terzo atto in particolare.
Brava anche Silvia Beltrami, che ha tratteggiato una Ulrica di grande civiltà vocale, scevra da eccessi che spesso inficiano una parte che si presta a qualche esagerata intemperanza. La voce è sembrata di bel colore e piuttosto sonora.
Brillanti tutti gli altri, ed è una gran cosa perché gli artisti di contorno sono fondamentali per la buona riuscita complessiva di un’opera.
Ottimi Simon Lim (Samuel) e Mattia Denti (Tom); ineccepibile William Corrò (Silvano). Bene anche Emanuele Giannino (Giudice) e Roberto Menegazzo (servo di Amelia).
Eccellente il Coro (bassi in grande evidenza) preparato da Claudio Marino Moretti e buona anche la prestazione del Coro di voci bianche dei Piccoli Cantori Veneziani, istruito da Diana D’Alessio.
Quando si deve valutare la prestazione di un direttore come Myung-Whun Chung bisogna essere capaci di dimenticare il Mito – tale considero l’artista – e concentrarsi sulla singola serata.
Ebbene trovo che in quest’occasione, nell’ambito di una prestazione comunque buona, Myung-Whun Chung non abbia ricreato la consueta atmosfera magica alla quale ci ha abituati. Non ho sentito, solo per fare un esempio, la cupa sensazione di mistero nella scena dell’antro di Ulrica, in cui mi aspettavo una partecipazione emotiva più intensa. Allo stesso modo già il Preludio mi è parso privo di quella ambiguità presaga di sconvolgimenti interiori e non solo che lo percorre. Ottimo invece l’accompagnamento ai cantanti (meraviglioso il tappeto sonoro nel duetto tra Amelia e Riccardo nel secondo atto), splendidi i concertati e commovente e partecipe il finale.
Orchestra della Fenice in ottima serata, con qualche ovvia imperfezione che si riscontra nella musica dal vivo, ma capace di suono morbido e imponente allo stesso tempo.
Teatro gremito del consueto pubblico cosmopolita, generoso di applausi anche a scena aperta per tutti. Alle singole trionfo per Francesco Meli e Serena Gamberoni e successo vivace per tutto il resto della compagnia artistica.

Riccardo Francesco Meli
Renato Vladimir Stoyanov
Amelia Kristin Lewis
Ulrica Silvia Beltrami
Oscar Serena Gamberoni
Silvano Walter Corrò
Samuel Simon Lim
Tom Mattia Denti
Un giudice Emanuele Giannino
Un servo d’Amelia Roberto Matarazzo
Regia Gianmaria Aliverta
Scene Massimo Checchetto
Costumi Carlos Tieppo
Light designer Fabio Barettin
Movimenti coreografici Barbara Pessina
Direttore d’orchestra Myung-Whun Chung
Maestri del coro Claudio Marino Moretti

Diana D’Alessio

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani

 

 

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7 risposte a “Recensione abbastanza seria di Un ballo in maschera al Teatro La Fenice di Venezia: la coppia Meli-Gamberoni illumina un ballo un po’ spento.

  1. don jose 30 novembre 2017 alle 3:01 pm

    D’accordissimo su tutto!!! Anch’io sono rimasto “perplesso” dall’incipit del Ballo dettato da Chung,ma già nella scena di Ulrica lo avevo ritrovato.Anche alla recita del 26 Amelia era decisamente sotto la media…mentre la “nostra” Gamberoni mi ha confermato che questo sarà il suo ultimo Oscar.

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    • Amfortas 30 novembre 2017 alle 9:11 pm

      Don, ciao. Credo che la Lewis, di là dell’indisposizione che effettivamente c’era, non sia l’interprete più adatta per Amelia. Da Chung ci si aspetta sempre molto, a me non è sembrato particolarmente ispirato. Brava bravissima la Gamberoni.
      Ciao, a presto

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  2. giacinta 30 novembre 2017 alle 3:34 pm

    Grazie per questo excursus veneziano. Mi manca l’orrida e mi manca la Fenice. Tutta colpa di una scomposta trimalleolare ( a volte, le foglie bagnate del Cansiglio possono essere più perniciose dei gabbiani ) 🙂

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  3. petrossi 30 novembre 2017 alle 10:51 pm

    Solo un miracolo mi fa arrivare in tempo per la pomeridiana. Biglietto già acquistato il giorno prima, ma treno soppresso per sciopero, preso il treno successivo, ma una volta arrivato a Mestre re-inizia lo sciopero, 23 euro di taxi e vaporetto per Rialto preso al volo: arriviamo a cinque minuti dall’inizio! La Fenice bella come sempre. La vicina di posto in galleria ci dice “godetevela, perché con questo direttore l’orchestra dà il meglio”. Infatti un’ottima direzione, anche se – solo all’inizio – sovrasta un po’ le voci. Iniziali difficoltà per Kristin Lewis , poi superate: l’intonazione si è stabilizzata e il secondo atto è buono, con un colore della voce forse un po’ scuro. Bravo Meli, ottima e grande voce (me la aspettavo più “romantica”, perché avevo sentito Pavarotti il giorno prima). Tutti parlano bene delle scene, ma quelle viste recentemente a Trieste (di Parma?) le preferivo: le bandiere a stelle e strisce non avevano molto senso sul piano drammaturgico (allora fammi tutto in abiti contemporanei e capisco di più) e nel finale non si può proprio ammettere una testa e una torcia della Statua della Libertà, come se non l’avessimo vista mille volte nel “Pianeta delle Scimmie”! Un’ulteriore rilievo critico è il ballo: con tutti gli artisti in bolletta che ci sono mi potevi portare qualche ballerino, magari di street dance in scena, no? Come all’Onegin di Trieste mi costringi il coro – non addestrato – a fare movenze di danza (con gli scontri di posteriori che ne derivano)? Insomma! Ma mia moglie era contenta che i nostri posti non fossero attaccati, così non ha sentito i miei rilievi e se l’è goduta in santa pace, perché – credetemi – lo spettacolo è veramente godibile, e lo spettacolo a lungo desiderato mi ha emozionato.

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    • Amfortas 1 dicembre 2017 alle 9:40 am

      Furio, ciao. L’allestimento cui ti riferisci è quello storico di Samaritani, che vedemmo nel 2014.
      Ho molta stima di Aliverta, credo che come è stato scritto da alcuni colleghi la sua sia stata una comprensibile ansia da prestazione, vista la prestigiosa occasione. L’allestimento, dal mio punto di vista, è semplicemente irrisolto.
      Per quanto riguarda i cantanti non ho molto da aggiungere a ciò che ho scritto nella recensione.
      L’argomento spostamenti a Venezia è molto sentito anche da me. Da quando Trenitalia ha soppresso il Venezia-Trieste delle 23.05 ho solo due alternative: sperare che la recita finisca entro le 22 per poi prendere il treno delle 22.38 – una marcia forzata il tragitto Fenice-ferrovia- oppure andare in auto a Mestre. Così ho fatto in questa occasione e, tra una cosa e l’altra, sono andato a dormire alle 3 di notte. Non ho più l’età per questi strapazzi 😉
      Ciao e grazie.

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