Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Aida di Giuseppe Verdi, da domenica 1 dicembre al Teatro Verdi di Trieste.

Dopo Turandot, qualche informazione su Aida, una delle opere più famose di Verdi e tra le più celebrate dal pubblico di tutto l’orbe terracqueo.
Nelle note di sala della produzione triestina del 2009, il grande (e purtroppo nel frattempo scomparso) Giorgio Gualerzi sosteneva celiando che ci vorrebbe una moratoria di 10 anni per le rappresentazioni di Aida: beh, siamo nel 2019, Trieste ha seguito lo scherzoso consiglio (strasmile).

Ma veniamo al dunque.
Ecco, infatti quello che dichiarò lo stesso Verdi all’indomani della trionfale prima (italiana) alla Scala, l’8 febbraio 1872:

Il pubblico le ha fatto buon viso. Il tempo le darà il posto che le conviene.

Il tempo è stato davvero galantuomo, in questo caso.

La leggenda narra che la nascita di Aida fu dovuta a uno di quei cortocircuiti che a me piacciono tantissimo: la rivalità tra Verdi stesso e Wagner. Il quale Verdi, invitato a scrivere un’opera per l’inaugurazione del Canale di Suez, rispose sdegnato che non scriveva “musica di circostanza”. Saputo però che in caso di rifiuto l’onore (e l’onere) sarebbe toccato a Wagner, scese a più miti consigli; probabilmente anche il compenso pattuito lo…aiutò a decidere per il sì: 150.000 franchi da versare presso la Banca Rothschild di Parigi, un’enormità per i tempi. Fissò anche altre condizioni: per esempio impose il direttore che avrebbe diretto la prima, l’assoluta discrezionalità sulla scelta dell’argomento e anche, siccome non aveva voglia di andare su e giù per l’Egitto, che tutte le prove si svolgessero tra Francia e Italia.
Senza farla troppo lunga, diciamo che un egittologo di fama, Auguste Mariette, tramite i buoni uffizi di Camille du Locle, che scrisse i versi del Don Carlos in versione francese, propose a Verdi il “plot” giusto dal quale poi Antonio Ghislanzoni trasse il libretto. In questo caso il consueto mobbing nei confronti del povero librettista fu spudorato, in quanto Ghislanzoni si limitò, sostanzialmente, a mettere in versi ciò che Verdi e du Locle avevano scritto in prosa.
La Storia però si mise di traverso, perché nel frattempo scoppiò la guerra franco-prussiana e Aida fu rappresentata solo il 24 dicembre del 1871, un paio d’anni dopo il battesimo del Canale di Suez.
Aida è l’opera ideale di Verdi il quale, da sempre ossessionato (in senso buono) dall’idea di non annoiare il pubblico e di ritenere indispensabile una drammaturgia stringente, trova nella vicenda pane per i suoi denti: in poco tempo succede di tutto. Tradimenti, amori corrisposti e non, altri ostacolati, guerre, colpi di scena, tutto nel consueto contesto accidentato di esplosiva miscela tra pubblico e privato.
Aida però è un’opera intima, notturna, delicata e riflessiva. Molti, sbagliando, l’identificano con la solenne magniloquenza della Marcia Trionfale, che è invece solo un episodio quasi isolato in un contesto che parla sottovoce con monologhi e duetti amorosi. Pur scritta pensando al grand-opéra, Aida è un lavoro che punta sull’interiorità e non sul facile effetto.
L’Egitto, con il mistero delle sue atmosfere, è quasi solo un pretesto per una vicenda che è del tutto atemporale in cui si parla di Potere, di Amore, di gelosia e, ancora una volta, di disparità e diversità sociale.
Ho sempre sostenuto che Verdi è il cantore della diversità: il meticcio Alvaro, il gobbo Rigoletto, la puttana Violetta, il vecchio Falstaff.
Aida è la schiava, la diversa, la straniera. Amneris è la figlia del Re, Radamès un condottiero: finirà male, molto male per tutti.

Metto qui un link per la trama, ché non si sa mai.

Una mini disamina sulle caratteristiche che, sulla carta – o meglio, sul pentagramma – dovrebbero avere i cantanti interpreti delle parti principali.
Aida: è il soprano per antonomasia, soprano drammatico ma capace di piegare la voce a raffinatezze e pianissimi.
Amneris: mezzosoprano acuto o soprano Falcon, molto simile a Eboli del Don Carlo che ho appena recensito da Venezia.
Radamès: anche qui, mi verrebbe da scrivere IL tenore. La parte è davvero difficile in toto, ma il recitativo e l’aria di sortita (Se quel guerrier io fossi…Celeste Aida) sono micidiali.
Amonasro: baritono, possibilmente dalla voce importante ma soprattutto capace di insinuare più che imbestialirsi, perché pur sempre si tratta di una figura nobiliare.
Ramfis: basso, tipica voce che deve esprimere un’autorevolezza ieratica e quasi ultraterrena.
Tutti i cantanti, inoltre, devono fraseggiare con eleganza ed essere dotati di una buona dizione; vale sempre, ma qui mi pare che se ne senta di più la necessità. Parola scenica, diceva Verdi.

Io, invece, saluto tutti!

4 risposte a “Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Aida di Giuseppe Verdi, da domenica 1 dicembre al Teatro Verdi di Trieste.

  1. giuliano 29 novembre 2019 alle 8:41 am

    sono contento che Verdi sia stato pagato bene 🙂
    per una volta, è successa la cosa giusta

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    • Amfortas 29 novembre 2019 alle 9:00 am

      Giuliano, ciao. Il nostro Peppino era molto attento alle questioni economiche come ben sai…ed effettivamente si è meritato tutti i soldini. Avercene, di gente che si merita sul serio compensi faraonici…
      Ciao e grazie!

      "Mi piace"

  2. agla righi 29 novembre 2019 alle 8:56 am

    Mi piacerebbe leggere un articolo di Amfortas sulla rivalità Verdi/Wagner…

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